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Dalla scuola alla politica: quando il saggio guarda la luna, lo scemo guarda il dito

"A Destra e a Manca"  72#. Scuola: "Una sfida che diventa poi immediatamente politica se pensiamo che guardare il dito e non la luna sembra essere da tempo lo sport preferito di chi si occupa di cosa pubblica, in particolare di cosa pubblica comunale"

Caro Pier,

non ti aspettare che ti propongo di commentare la notizia, pubblicata qualche giorno fa da alcuni giornali, della proposta di ingresso in giunta rivoltami dal sindaco Concina. Semmai lo farò alla prossima occasione.

Ero tentato in realtà di proporti di intervenire, in quanto mi sembrava più urgente, sull'altra notizia di questi giorni che, se confermata, ci intristirebbe e preoccuperebbe non poco, quella delle forzate dimissioni di Mons. Giovanni Scanavino da Vescovo di Orvieto e Todi.  Ma vedo che vi siete tutti opportunamente mossi con quella velocità e quella decisione con cui altre volte gli orvietani hanno saputo difendere gli interessi fondamentali della città. Questa volta anche per evitare che si metta la croce addosso ad un bravo Vescovo, una persona perbene. E magari lo avessero fatto anche altre volte con altri per le stesse ragioni! Anche io dunque partecipo, seppure per cause oggettive solo idealmente, alla raccolta di firme per Padre Scanavino con la speranza che resti il nostro Vescovo.

Scriverò dunque di altro, un argomento apparentemente meno stringente rispetto ai problemi pressanti della nostra città, in realtà al contrario forse ancora più rilevante e anche più urgente. Ti prego di non dubitare che sia effettivamente così: ti sarà chiaro ben presto.

Come avevo preannunciato a te e agli altri amici, in questi giorni sono a Bologna per partecipare all'annuale seminario internazionale dell'ADI (Associazione Docenti Italiani), di cui sono socio e presidente per l'Umbria. Insieme a me è presente, in rappresentanza della nostra regione, un folto numero di dirigenti e di docenti, prevalentemente della provincia di Terni e in particolare del liceo Majorana. Il titolo esemplifica in modo inequivoco la rilevanza dell'argomento di cui discutiamo: "Il dito e la luna. Puntiamo lo sguardo sulle competenze: nuovi tempi, spazi e modi di fare scuola". Perché evocare la metafora orientale del dito e la luna? Ma perché parliamo di scuola, e che cosa può rendere più evidente di questa metafora la distanza abissale che passa tra ciò su cui, parlando di scuola, dovremmo puntare lo sguardo e ciò su cui invece lo puntiamo sul serio? Il detto recita: "Quando il saggio guarda la luna, lo scemo guarda il dito". Rispetto alla scuola, ci si comporta troppo spesso come lo scemo e non come il saggio: deviati dagli aspetti più irrilevanti e contingenti, ci lasciamo sfuggire i bisogni di cambiamento che ogni giorno ci grida la realtà. Fissiamo il dito dei problemi giornalieri e crediamo di poter continuare a pensare ed ad agire come quando la società era scandita dal susseguirsi automatico dei giorni e delle stagioni. Perciò non alziamo lo sguardo e non vediamo la luna della scuola che ci viene chiesta dai "nativi digitali" (i ragazzi che sono nati e cresciuti nella società dell'informazione): la scuola non più del sapere frammentato e lineare, ma quella delle competenze, e dunque quella che richiede apertura e flessibilità, altri modi, altri tempi e altri spazi per apprendere e per socializzare. In una parola, la scuola che poggia su un'altra cultura, non solo di chi opera nella scuola, ma della società intera, in particolare dei suoi decisori.

In tre dense sessioni di lavoro abbiamo potuto apprezzare le frontiere della ricerca delle neuroscienze, della psicologia ambientale, dell'architettura e della sociologia dell'educazione. Esperti provenienti da diversi Paesi hanno fatto un'interessante panoramica delle direzioni verso cui si muovono i sistemi scolastici dei Paesi più dinamici sia in Europa che nel mondo. Infine, abbiamo appurato che, se è vero che le cose da fare sono tante e tutto è tremendamente complicato, tuttavia molto si può fare, e comunque ciò che non è consentito è la pura rinuncia, e anche di più la resistenza al cambiamento per difendere orticelli in realtà indifendibili. In particolare, si possono fare quattro o cinque cose non proprio secondarie: 1. offrire ai nostri ragazzi una scuola decente, un ambiente scolastico accogliente; 2. accettare e praticare le comparazioni (soprattutto quelle internazionali), smettendola con la favola di una scuola che non c'è più e impegnandoci sul serio per migliorare, aggiornandolo, un sistema che oggi è troppo lontano dai livelli dei Paesi più avanzati; 3. agire con la consapevolezza che viviamo nel mondo digitale e che le tecnologie non sono una iattura ma una grande opportunità se ad esse sapremo rapportarci con intelligenza; ad esempio, il "libro interattivo" esiste già: che facciamo, si fa finta che non esiste o ci attrezziamo per capire come cambia il tempo scuola, e con esso anche come cambiano le funzioni professionali, e perfino le coordinate delle rivendicazioni sindacali?; 4. chiedersi, quando decidiamo di ristrutturare le nostre scuole e spendiamo danaro pubblico sempre più raro, quali sono le migliori soluzioni per avere spazi aperti e flessibili e non limitarsi alla sola sicurezza e alla stanca accettazione di moduli che nulla hanno a che vedere con la didattica moderna; 5. migliorare con ciò anche le condizioni di lavoro e di vita dei nostri docenti, e chiedere loro contemporaneamente di prendere di petto il compito di modernizzare la nostra scuola. Basta dunque con una scuola chiusa ai bisogni di crescita di personalità libere e creative, una scuola solo burocratica, rigida, con strutture e logiche da caserma!

Caro Pier, che dici, ci riguarda anche ad Orvieto quello di cui ci siamo occupati in questi giorni qui a Bologna? Io credo di sì. Soprattutto, ci riguarda la sfida culturale che è sottesa alle riflessioni sulla scuola. Una sfida che diventa poi immediatamente politica se pensiamo che guardare il dito e non la luna sembra essere da tempo lo sport preferito di chi si occupa di cosa pubblica, in particolare di cosa pubblica comunale.

Perciò è il caso di dirlo con forza: che si tratti solo di scuola o si tratti di città nel complesso delle sue funzioni, impariamo dal saggio: guardiamo la luna! Anche perché di gente che preferisce guardare il dito ce n'è già in abbondanza. So che non puoi non essere d'accordo, ma mi preme conoscere le tue riflessioni, soprattutto nel ribollir dei tini della convulsa fase attuale.

Tuo Franco

Caro Franco,

cerco di andare per ordine.

Il sindaco di Orvieto ti ha invitato ad esaminare con lui l'opportunità di un tuo ingresso nella giunta comunale. La notizia ha destato curiosità, anche perché nessuno se l'aspettava; e alcuni consiglieri negazionisti della maggioranza hanno reso ancora più stimolante la notizia. Non vado oltre e aspetto rispettosamente il tuo commento. Ma dopo non potrò fare a meno di dire la mia.

Padre Giovanni Scanavino, nostro amato Vescovo, forse ci dovrà lasciare. La notizia ha sollevato un'onda di commozione che ha coinvolto tutti quelli che hanno avuto modo di avvicinarlo o di essere da lui avvicinati. Il rapporto che l'ottimo pastore ha saputo instaurare con la popolazione, agendo e parlando con affetto e mostrando di comprendere e ricambiare l'affetto degli Orvietani, è una novità senz'altro favorita dall'appartenenza di monsignor Scanavino a un ordine regolare. Egli è un frate, e i frati, rispetto al clero secolare, hanno, per loro tradizione, formazione, missione  e mentalità, un rapporto coi fedeli più improntato alla cordialità, una propensione minore all'autoritarismo, un distacco maggiore dal potere e dalle incombenze amministrative. Gli Orvietani non avevano avuto mai e che fare con un frate Vescovo e sono rimasti piacevolmente sorpresi. Nemmeno i sacerdoti del clero secolare si erano mai trovati a dover obbedire a un frate, quindi non c'è da meravigliarsi se almeno a una parte di loro si è guastata la digestione. Né si può tacere che l'eventuale abbandono della carica da parte di padre Giovanni comprometterebbe quella bella idea del Duomo-Santuario, che tanto aveva entusiasmato gli Orvietani, anche se qualche sacerdote del posto non poteva non pensare con santo terrore al probabile arrivo di una compatta pattuglia di frati forestieri. Comunque aspettiamo gli eventi con rispetto e comprensione per tutti i soggetti coinvolti, da Papa Benedetto, al Vescovo Giovanni, ai sacerdoti diocesani, e a tutti i fedeli e gli infedeli che vivono nella nostra diocesi.

Il problema dell'adeguamento della scuola pubblica alle esigenze della modernità ti coinvolge profondamente. Ti posso capire, anche se non ho la tua esperienza in materia, ma sono figlio e marito di gente che ha dedicato al sua vita alla scuola. Mio padre era un pedagogista appassionato e io fui oggetto di un suo esperimento nel 1948, quando non avevo ancora cinque anni; m'insegnò a leggere e a scrivere col metodo globale, che ancora non sia applicava normalmente in Italia. Senz'altro mi fecero bene la cultura e l'amore di mio padre perché a quattro anni e dieci mesi leggevo e scrivevo, mentre i miei coetanei si baloccavano all'asilo. E ancor più ti capisco perché non ho mai frequentato una vera scuola fino ai tre anni del liceo classico. Anzi, quando l'ho frequentata, ero ormai, sotto il profilo scolastico, un anarchico. Assistevo alle lezioni divagando con la mente per non morire di noia e non vedevo l'ora di ritirarmi tra i miei libri, che quasi mai erano quelli scelti dai professori. Nella scuola che tu vuoi non avrei sofferto.

Ma la tua lettera si conclude, né poteva essere altrimenti,  con un accorato riferimento alla nostra città, alla sua crisi, alla sua mancanza di prospettive. Viviamo un momento di calma apparente. Si sente il fruscio delle calcolatrici dalle quali dovrà uscire o una nota di speranza o il sinistro rumore del fallimento. Poi vedremo. Ma ti devo segnalare un fatto positivo, anche se può essere apparso surreale. Mentre eri in viaggio per Bologna il neo-assessore prof. Claudio Margottini, a richiesta del Rotary Club e alla presenza del sindaco, pronunciava un pubblico discorso col quale illustrava le sue esperienze internazionali e spiegava come intendesse  metterle a disposizione della nostra città per costruire un futuro di sviluppo compatibile, ancorato alla storia e alle caratteristiche "verdi" del nostro territorio. 

La simpatia del personaggio, la sua cultura profonda e la sua attitudine a esprimersi con grande chiarezza ci hanno sollevato il morale. Ma, quando "uscimmo a riveder le stelle", nubi pesanti si rincorrevano nel cielo.

Tuo Pier


La rubrica di Orvietosì  "A Destra e a Manca" è alla settantaduesima puntata. La rubrica è animata da Pier Luigi Leoni e Franco Raimondo Barbabella, la destra e la sinistra delle "cose".
Vorremmo attrarre i lettori nel ragionamento aperto da Leoni e Barbabella, non con i commenti, che in questa rubrica sono disattivi, ma con contributi firmati e spediti per e-mail a dantefreddi@orvietosi.it , specificando nell'oggetto la rubrica "A destra e a manca".
La rubrica esce ogni lunedì.

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Pubblicato il: 28/02/2011

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