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Superbia e umiltà delle autorità pubbliche

A Destra ve a Manca # 83 Considerazioni, politicamente scorrette, ma liberamente manifestabili in democrazia, non posso non meravigliarmi del fatto che sovente la superbia di chi esercita poteri pubblici democratici tende a prevalere sull'umiltà, esattamente come avveniva nel buio dei secoli in cui l'autorità aveva origine divina

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Caro Franco,

nonostante qualche dubbio suscitato a sinistra dalle sparate del Presidente del Consiglio, viviamo in piena democrazia. E, nonostante qualche bomba sganciata sui libici e qualche migliaio di militari sparsi per il mondo a mettere a posto le cose, siamo un popolo pacifico, dignitosamente inserito, con tanto di patti internazionali, nel contesto dei popoli europei e mondiali. Eppure non dovremmo dimenticare che, per vari millenni, il genere umano è progredito, anche se dolorosamente, sotto l'egida di autorità che non erano democratiche, ma ritenevano (come del resto anche i loro sudditi)  che i loro poteri avessero origine divina.   Ma la rivoluzione francese pose fine alla sovranità divina e introdusse quella popolare. E poiché non tutte le ciambelle vengono col buco, arrivammo al secolo ventesimo, che fu il più crudele della storia umana. Ma si tratta di un incidente che è bene considerare, appunto, come un incidente. Non dobbiamo però dimenticare, né lo deve dimenticare chi detiene poteri pubblici, che l'autorità oggi viene conferita dal popolo sovrano. E se era comprensibile che gli antichi governanti, prescelti dalla divinità, fossero tentati dalla superbia, i nostri governanti dovrebbero essere piuttosto inclini all'umiltà. Essi non dovrebbero dimenticare  da chi sono stati eletti. Se facessero spesso mente locale a quel che avviene in un seggio elettorale, essi vedrebbero entrare nel segreto delle cabine per lo più gente semplice, di scarsa cultura, presa dall'ansia delle necessità quotidiane, abituata a distendersi con le partite di pallone e le scemenze televisive; e vedrebbero anche vecchi dementi e poveri handicappati accompagnati da familiari che votano anche per loro, cioè votano due volte. Se poi immaginassero un seggio elettorale ospedaliero o uno carcerario, avrebbero il quadro completo delle ragioni che  li dovrebbero convincere a un esercizio continuo di umiltà.

Quando faccio queste considerazioni, politicamente scorrette, ma liberamente manifestabili in democrazia, non posso non meravigliarmi del fatto che sovente la superbia di chi esercita poteri pubblici democratici tende a prevalere sull'umiltà, esattamente come avveniva nel buio dei secoli in cui l'autorità aveva origine divina.

Tanto per fare un esempio, se gli amministratori comunali di Orvieto facessero qualche viaggetto più frequente in internet, navigando con cognizione di causa verso quei comuni dove sono stati brillantemente affrontati e risolti problemi analoghi a quelli che attanagliano la nostra città; se facessero qualche viaggetto in più, con qualsiasi mezzo di locomozione, per visitare realtà virtuose; se facessero qualche sforzo in più per individuare chi veramente ha preparazione culturale e professionalità adeguate in relazione a specifici problemi, faticherebbero molto meno  e risolverebbero molto di più. La presunzione, che è figlia della superbia, porta al timore della superiorità altrui. Due "montanari" venuti da Ponte nelle Alpi spiegarono l'anno scorso agli amministratori comunali di Orvieto e del comprensorio come si fa la raccolta differenziata dei rifiuti. Si provò a dire che quello del Veneto è un altro contesto, che qui i problemi sono ben altri e si tirarono fuori altre simili sciocchezze. Ci si provò perfino a sfotterli. Intanto quei montanari  stanno navigando verso il novanta per cento della raccolta differenziata mentre noi ci stiamo arrabattando per arrivare al cinquanta. L'Italia è piena di montanari e di gente di pianura che ha risanato i bilanci dei comuni. Basta cercarli, magari portando loro in dono bottiglie di vino (bianco!) di Orvieto e "lumachelle" calde: prodotti che non temono confronti.

Tuo Pier

Caro Pier,

ci sono argomenti più che abbondanti e convincenti per sostenere, come tu sostieni, che l'Italia è un Paese democratico e ben inserito nel contesto internazionale, 'nonostante ' Questo 'nonostante' naturalmente è ciò che ci preoccupa, anche perché dalla sua evoluzione positiva o negativa dipenderà sia il mantenimento e la qualità della democrazia, sia il modo di stare nel contesto internazionale. Non mi ci addentro più di tanto, ma è evidente che lo squallore del dibattito pubblico (da ultimo testimoniato dalla appena conclusa compagna elettorale per le amministrative) e la mediocrità delle classi dirigenti, che ne sta a fondamento e che si va consolidando con una velocità preoccupante, non ci devono per nulla far stare tranquilli per l'illusione consolatoria di poter dare per scontato che così deve essere perché in effetti così è. Parlo così anche perché, dopo lo sfogo della scorsa settimana, voglio continuare a stare su quel terreno della critica costruttiva su cui consapevolmente ci siamo collocati dall'inizio, sforzandoci di non fermarci a registrare ciò che appare.

Il punto focale di consapevolezza, che ritengo valga tanto per i popoli quanto per le più ristrette comunità, è che si può andare giù con molto meno sforzo di quanto non serva per andare su. Ed è compito delle classi dirigenti esercitare la funzione di guida proprio in questo senso, per non andare facilmente in giù e fare al contrario il massimo sforzo per andare su. La democrazia appunto consente di giudicare, periodicamente e con appropriati meccanismi di garanzia, se chi si pone ed è scelto come classe dirigente si è comportato come le regole richiedono e se ha rispettato o no il mandato ricevuto. Qui sta la superiorità ideale e pratica della sovranità per mandato popolare rispetto a quella per mandato divino.

Ma hai ragione da vendere quando sostieni che anche in democrazia può accadere che si scambi il mandato popolare temporaneo per un mandato assimilabile a quello divino, visto ad esempio che c'è stato e c'è tuttora chi pensa che la carica pubblica che ricopre, per sua natura contingente e temporanea, abbia invece natura ereditaria o comunque privatistica, a vantaggio dei parenti o degli amici più fedeli. In questo passaggio, peggio, in questo salto, giocano di sicuro un ruolo le caratteristiche personali e la solidità o meno dei valori, e però io ritengo che l'ago della bilancia sia rappresentato da una questione che appartiene alle regole non scritte, cioè al costume pubblico: il fatto che ormai si tende a tenere separato il momento delle elezioni (idee, programmi, scelta delle persone in lista) dal periodo successivo, che è quello in cui si deve dimostrare se si ha rispetto per i cittadini elettori e si sa fare ciò per cui si è stati eletti. Cosicché più importante di tutto è diventato esserci ad ogni costo, con la conseguenza che il successo si trasforma, non solo psicologicamente, in diritto di fare ciò che si vuole, come se il mandato fosse stato conferito senza limiti. Il motivo dell'esserci e la misura del suo risultato sono diventati elementi piuttosto marginali.

Ovviamente è una deriva, ma come si ferma tale deriva? Ritengo che non vi possano essere risposte certe, tantomeno definitive, proprio perché è nella natura della democrazia la provvisorietà e dunque lo sforzo costante della conquista e del mantenimento dei risultati già raggiunti. Non mi sfuggono i problemi generali che non possiamo affrontare a livello locale e che però hanno il loro peso anche per noi qui ed ora: un sistema elettorale che fa preferire il feticcio della stabilità alla qualità del governare, per cui chi è eletto per questa funzione si esercita prevalentemente nell'arte impropria della propria sopravvivenza più che nell'arte propria del lavoro per il bene comune; e poi la personalizzazione della politica oltre ogni limite di decenza, per cui, in una società ingessata come quella di oggi, la mancanza di ricambio sociale non può non avere il corrispettivo politico della formazione di caste inamovibili e vere e proprie logiche di clan.

Ci sono però anche aspetti su cui si può incidere con un buon lavoro a livello locale, per i quali si possono dunque dare delle indicazioni, almeno di metodo, se non sempre di contenuto. Ad esempio, hai ragione, basterebbe capire che oggi, molto più che nel passato, anche abbastanza recente, è possibile utilizzare il patrimonio di idee e di soluzioni che i nostri simili hanno elaborato. Non siamo soli e non siamo unici: siamo diversi, ma siamo mondo. Perciò possiamo sostenere anche che la prima e più deleteria forma di superbia e di arroganza sta nel ritenerci obbligati a ricominciare tutto daccapo perché chi ci ha preceduti ha sbagliato tutto.

Io invece, come te, penso che vada preso tutto il buono da chi ci ha preceduti e vada lasciato in eredità a chi viene dopo il meglio possibile. In altre parole, la distruzione di ciò che c'è perché l'ha fatto chi ci ha preceduti o chi era diverso da noi è semplicemente un'idiozia. Non solo, ma va detto senza timori che imitare o copiare ciò che hanno fatto altri è una importante virtù, qualora si giudichi utile qualcosa che, seppure appartenente a contesti diversi, tuttavia ha aspetti sicuramente interessanti per noi. D'altronde ci sono popoli che hanno fatto dell'imitazione un'arte per crescere in ricchezza e civiltà. E anche nel passato l'imitazione è stata teorizzata come forma di intelligenza. Naturalmente poi la partita si gioca sul piano della disponibilità e della capacità di andare in questa direzione. Direi sicuramente sul terreno dell'umiltà, ma anche su quello dell'apertura mentale, che riconosce i propri limiti e nel contempo però non si accontenta, vuole far meglio, prende ciò che hanno fatto gli altri come spunto e base per andare oltre.

Caro Pier, se la questione la prendiamo per questo verso scordati di goderti in santa pace il meritato riposo dopo una vita di lavoro delicato e impegnativo, perché avremo molto lavoro da fare, e dovremo avere a disposizione anche non poco vino e non poche lumachelle per intrattenere le relazioni che ci sembreranno utili.

Tuo Franco


La rubrica di Orvietosì  "A Destra e a Manca"è alla ottantatreesima puntata. La rubrica è animata da Pier Luigi Leoni e Franco Raimondo Barbabella, la destra e la sinistra delle "cose". 
Vorremmo attrarre i lettori nel ragionamento aperto da Leoni e Barbabella, non con i commenti, che in questa rubrica sono disattivi, ma con contributi firmati e spediti per e-mail a dantefreddi@orvietosi.it , specificando nell'oggetto la rubrica "A destra e a manca". 
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Pubblicato il: 16/05/2011

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