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  MONOPOLI  E LIBERALIZZAZIONI . QUANDO  LA  TEORIA  PRECEDE  LA  PRATICA
 
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di Mario Tiberi

Ogni editoriale ha i suoi limiti e di ci? ne sono perfettamente consapevole: ecco perch? mi sembra doveroso aggiungere un ?quidquid pluris? al concetto di libert?, pi? volte oggetto di riflessione nei miei scritti, ed oggi quanto mai di attualit? in tema di politiche liberalizzatrici.

La libert? di cui intendo scrivere non ? quella della coscienza individuale che pur vive anche in condizioni di privazione materiale della stessa, ma ? la libert? pratica dell?uomo comune che si estrinseca nel poter esporre pubblicamente, senza timori, il proprio pensiero e di difenderlo contro gli avversari; ? la libert? delle minoranze di propagandare le proprie idee contro la maggioranza al fine di divenire, un giorno, esse stesse maggioranza; ? la libert? di esercitare un mestiere o una professione piuttosto che un altro o un?altra e senza impedimenti, fuor di quelli richiesti dal diritto altrui di non vedersi danneggiati nelle loro attivit?; ? la libert? di muoversi da luogo a luogo senza sottostare a vincoli che, se presenti, non sono nient?affatto diversi dal domicilio coatto o dalla servit? della gleba; ? la libert?, infine, di poter dire ?peste e corna? dei governi al potere, nei giornali e sulle piazze, salvo a pagarne il debito con la giustizia in caso di calunnie gratuite od ingiurie infondate.

Le libert? sopra enunciate rientrano a pieno titolo in quelle definite come civili e politiche che, per?, non possono avere vita vera se non siano accompagnate da un?altra libert?, quella economica.

A che serve, infatti, la libert? politica a chi dipende supinamente da altri per soddisfare ai bisogni elementari della sua esistenza?. Per converso, ? sufficiente offrire all?essere umano la sicurezza della vita materiale, concedergli la libert? dal bisogno, perch? egli sia veramente libero nella dimensione civile e politica, perch? egli si senta davvero uguale agli altri esseri umani e libero dall?obbligo di soggiacere nella scelta dei governanti, nella manifestazione del pensiero e delle credenze?. Proprio no; la libert? economica ? ?absoluta condicio sine qua non? della libert? politica.

Quest?ultima, che per l?uomo astratto ? un essenziale elemento del tutto morale, diventa invece, per l?uomo concreto nei rapporti con i suoi simili, un accidente fattuale strettamente connesso con una determinata struttura economica della societ? nella quale esplica il suo agire esistenziale.

La storia, non solo recente, insegna che due estremi hanno svolto la funzione di compressori liberticidi della umana coscienza: il capitalismo del monopolio privato e il collettivismo del socialismo reale.

Il primo estremo conduce alla considerazione che, se nessuno pu? vivere se non a salario del capitale, la moltitudine popolare sar? per forza di eventi sua schiava ed ogni manifestazione del pensiero, della religione, della stampa e della parola sarebbe costretta ad inchinarsi alla merc? dell?unico padrone. Arduo, in siffatto sistema economico, il poter immaginare che possa sopravvivere la libert?, eccetto che nel pi? intimo e nascosto pertugio delle singole coscienze.

All?altro estremo, la obbligatoriet? che tutte le ricchezze, tutti i beni strumentali, tutti i mezzi di produzione siano posseduti unicamente dalla collettivit? statalizzata, ? ugualmente fatale alla libert?. Tale impostazione presuppone che l?economia di un intero popolo sia regolata secondo un piano stabilito da un?autorit? centrale, che tutto dispone e tutto controlla, al punto che una organizzazione statuale cos? pianificata trova la sua origine e la sua fine unicamente in se stessa.

L?unico elemento differenziale tra i due estremi andrebbe ricercato nel fatto che, nella ipotesi del monopolio privato, il profitto spetterebbe al monopolista laddove, nel caso del monopolio collettivistico o pubblico, lo stesso profitto apparterrebbe alla collettivit? statalizzata.

Farneticazioni utopiche o tristi realt? di passati appena trascorsi con residuali code nel presente storico?. Ogni risposta al quesito di cui sopra potrebbe essere valida se non fosse che, alla luce di quanto esposto, non si provvedesse all?abbattimento di una barriera, solo apparentemente, indistruttibile: quella rappresentata dal conformismo, ossia dalla schiavit? spirituale e dalla mancanza del bene supremo che ? e resta la libert?.

I. Kant, in uno dei momenti pi? oscuri delle sue elaborazioni di pensiero, vedendo vanificarsi il suo sogno sfrenato di pervenire alla idealizzazione massima possibile del concetto di libert?, tristemente arriv? ad affermare: ?L?essere umano aspira ad essere libero per praticare il male piuttosto che il bene?.

Il male, per?, ? negatore di libert?; il bene la esalta!.



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11/03/2012



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